Sono un medico infettivologo, e prima di tutto un clinico. Ho passato la maggior parte della mia vita professionale nei reparti dell'Ospedale Cotugno di Napoli — che è diventato casa mia — a occuparmi di pazienti con infezioni complesse, spesso gravi, spesso imprevedibili. Oggi dirigo la I UOC Malattie Infettive Emergenti ad Alta Contagiosità e l'Osservatorio Regionale per le Malattie Infettive della Campania.
Però — e forse questo è il filo conduttore che tiene insieme tutto — ho sempre avuto una curiosità che andava oltre la corsia. Già nei primi anni Duemila, quando la parola “eHealth” non esisteva quasi, mi ritrovavo a sperimentare con piattaforme digitali e comunicazione web applicata alla medicina, più per istinto che per strategia. Era un'epoca in cui le cartelle cliniche erano cartacee e internet andava col modem: l'idea che la tecnologia potesse cambiare il modo di fare sanità sembrava, a essere generosi, prematura. Eppure qualcosa mi diceva che quella era la direzione giusta.
Col tempo ho capito che alcune intuizioni arrivano semplicemente dal lavorare ogni giorno con i pazienti. Quando nel febbraio 2020, con un gruppo di colleghi, pubblicammo su European Review for Medical and Pharmacological Sciences un articolo che proponeva “nuovi approcci” per un virus che ancora non aveva nome nei titoli dei giornali — il SARS-CoV-2 — non pensavamo certo di essere profetici. Cercavamo solo di mettere per iscritto quello che vedevamo arrivare dalla pratica clinica, dalle segnalazioni, dai pattern che non tornavano. Quel lavoro è stato poi citato oltre cento volte, ed è diventato un piccolo riferimento nella letteratura iniziale sulla pandemia. Ma il merito, se c'è, è della clinica: i pazienti ti insegnano a leggere i segnali prima che diventino evidenze.
Lo stesso spirito mi ha portato, nel 2015, a proporre Star Wars come strumento di antimicrobial stewardship — un'idea che sembrava bizzarra e che invece ha funzionato, perché la cultura popolare raggiunge le persone dove la letteratura scientifica non arriva. Oppure, più di recente, a pubblicare su Frontiers in Medicine e su The Lancet Regional Health — Europe su temi come la governance dell'AI in sanità e la resilienza del sistema dati del SSN italiano: argomenti che dieci anni fa sarebbero stati considerati di nicchia e che oggi sono al centro del dibattito.
Nel novembre 2024 ho organizzato come responsabile scientifico la prima Masterclass ECM in Italia interamente dedicata all'intelligenza artificiale nella gestione delle malattie infettive — un evento che ha riunito a Napoli clinici, farmacologi, esperti di AI e giuristi, con il patrocinio della Regione Campania e delle principali società scientifiche. Non perché l'AI sia una moda, ma perché sono convinto che gli infettivologi debbano governarla in prima persona, non delegarla ad altri.
Sono convinto che un buon medico debba essere un po' eclettico — saper guardare oltre i confini della propria specialità, intercettare le connessioni tra discipline diverse, portare la tecnologia al letto del paziente senza mai dimenticare che al centro c'è sempre una persona. È con questo spirito che sviluppo piattaforme di telemedicina, sistemi di supporto decisionale clinico e strumenti di monitoraggio remoto: non per inseguire l'innovazione fine a sé stessa, ma perché vedo ogni giorno quanto questi strumenti possano fare la differenza nella vita dei pazienti.
In tutto questo, ho avuto la fortuna di collaborare con colleghi straordinari, di far parte di gruppi di lavoro nazionali come il PNCAR e il NIOT, e di contribuire — nel mio piccolo — ad alcune società scientifiche a cui tengo molto: FADOI, SIFO, AMCLI, SIMIT. Oltre 207 pubblicazioni e 2.700 citazioni sono numeri, certo, ma dietro ognuna c'è una storia clinica, una domanda senza risposta, una notte passata a cercare un'idea che funzionasse.
Come sono stato descritto dai media e dalle istituzioni
“Referente regionale per l'attuazione del PNCAR 2022-2025 [...] coordinatore dei Gruppi Operativi Multidisciplinari di Antimicrobial Stewardship della Regione Campania.”
“I ricercatori erano già attivi in questo campo da diversi anni, ma il COVID ha dato una spinta in avanti che ha fatto progredire probabilmente di decenni l'applicazione delle tecnologie, in un lasso di tempo estremamente ridotto.”
“La chiave per ottenere una corretta gestione dell'antibiotico-resistenza è la multidisciplinarietà.”
“Parlare di nuova pandemia per l'Hantavirus è fantamedicina [...] Giusto parlare di focolaio, ma senza allarmismi.”
“Dirigente infettivologo del Cotugno che è stato il referente tecnico della Unità di crisi durante l'emergenza COVID.”
“I vaccini sono un'arma fondamentale perché riducono la necessità di usare antibiotici [...] In Campania si sta varando il NIOT, un network infettivologico Ospedale-Territorio.”
“Speaker — Dirigente Divisione Malattie Infettive ed Immunologia, AORN Ospedale dei Colli.”